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funghi allucinogeni

Paranoia

Pubblico un racconto che ho scritto circa 9/10 anni fa. Racconta del mio primo vero viaggio, sapete, quello in cui ci si sente per la prima volta davvero liberi, cittadini del mondo e grandi sperimentatori… Infatti, se lo leggerete, vi accorgerete che in alcune parti non rispecchia più quella che è la mia posizione di ora rispetto a certe tematiche, ma allora ero nel pieno della scoperta di quel mondo, quel mondo in cui avrei poi vissuto per parecchi anni, quel mondo in cui la trasgressione, l’esagerazione e l’abuso erano le leggi che lo facevano ruotare… Quel mondo che poi ho lottato così tanto per rifuggire e trasmigrare altrove.

Fra le tante sostanze testate ci sono stati anche i funghi allucinogeni che indubbiamente tra tutte le droghe, insieme alla marijuana, sono i meno nocivi, ma che richiedono una certa “preparazione” perché possono condurti dove non vorresti andare o dove la tua mente non è pronta ad aggirarsi. E il racconto narra proprio di questo.

PSILOCIBINA

I funghi del genere Psilocybe, con le loro 80 varietà (tra cui il teonanacatl), fanno parte della famiglia delle Strophariaceae e contengono quali principi attivi psilocibina e derivati. A causa della loro struttura chimica simile, la psilocibina e la psilocina sono imparentate con l’LSD e hanno un effetto psicoattivo simile a quest’ultimo anche se di più breve durata. Il più consumato tra questi funghi è probabilmente il Psilocybe cubensis, comunemente detto “The Mexican”. Questa specie è diffusa in tutta la fascia tropicale del globo e il suo habitat è stercorale, cioè cresce sugli sterchi di numerosi quadrupedi; è il fungo psilocibinico più coltivato indoor in tutto il mondo. Un altro fungo molto commercializzato è il Psilocybe copelandia detto “Hawaiian” dagli effetti molto prolungati nel tempo (10-12 ore) e che pare generare allucinazioni molto vivide.

.P . A . R . A . N . O . I . A .

Paranoia, paura di noi stessi, paura degli altri, paranoie, insicurezza, depressione. La vita. La morte. Cosa è reale, cosa non lo è? Perché non ci si sofferma più spesso sui moti interiori che il nostro cervello, la nostra anima compiono nella lunga scalata della maturazione, della crescita? Perché tante volte si ritiene più comodo deviare per scorciatoie battute dove le uniche difficoltà da affrontare sono la remissione e l’annichilimento personale e dei valori più importanti che fanno dell’uomo l’uomo e non la bestia: l’amore, l’amicizia, l’ansia, il dolore? Le vie sono tante e tanti scelgono le più semplici. Ma sono realmente le più semplici o solamente lo sembrano? Non è forse che la deviazione per camminamenti diversi da quelli a noi consoni portino alla finzione della semplicità, a ritenere che semplice sia il non pensare, il non lavorare, il non scalare, quando, al contrario, a lungo termine, non si fa altro che complicarsi la vita e riempirsi il cervello di pensieri e paure spesso inesistenti per gli altri, ma profondamente reali per noi.

La vita. Che ingranaggio incredibile di gioie e dolori, di rivincite e di cadute, di sottomissioni subite e imposte, che gioco di specchi svianti, che labirinto di pensieri, che circuito di tensioni. E La morte, che amica/nemica di cammino, che compagna di sbronze, che giust’appunto ingiusta dea. E noi, noi poveri esserini che subiamo tutto ciò quante volte siamo incapaci di definirci, di capirci, d’interpretarci e di assecondarci; quante volte non siamo capaci di dire no o sì a qualcosa.

Come combattere per vincere la vita, nel senso di vivere e non di essere vissuti?

Questo credo che sia il punto pregnante di un’esistenza degna di essere definita tale. Imparare, conoscere e scoprire sono gli imperativi di un buon vivere. Quando questi vengono a mancare, l’uomo diventa essere passivo che viene vissuto da accadimenti  futili e insignificanti, ma utili solo al trascorrere del tempo cosa che a noi ancoro non è dato di controllare. Poter parlare con LA GENTE. Poter discutere cose alte o basse o medie, ma discutere, confrontarsi insegnare ed imparare, ogni giorno, ogni fottutissimo giorno che ci saluta. L’amore quanto è bello, ma quanto ci terrorizza, ci sbigottisce nel suo essere razional-irrazionale, nel suo essere fonte di un avere e al contempo di un dare. La famiglia, il sesso, il lavoro, i rapporti sociali, i rapporti con la res publica, con l’imposto e l’imponibile… FIUUU, c’è da sudare sette camicie, ma c’è da gioire, da godere, da scoprire, da migliorare, da imparare. Spesso il dolore che il cervello può generare di fronte ad un episodio della vita, o ad una concatenazione di episodi, può essere incommensurabilmente devastante, può procurare lacerazioni tanto dolorose da farci dimenticare cosa sia il BELLO, cosa sia il DOLCE, cosa sia il COLORE di una bella giornate, e può farcelo dimenticare per tanto, tanto tempo, può farcelo dimenticare per sempre! Da cosa dipende il nostro dimenticare: penso che sia contemporaneamente dipendente e indipendente dalla nostra volontà, credo che sia un susseguirsi di ragionamenti e di fatti che ci spingono, durante il dolore, a seguire sentieri più o meno bui. Io non sono uno psichiatra e non ho  quindi i mezzi scientifici per confutare questa teoria ma l’esperienza personale del vissuto e del visto vivere credo mi consenta di avanzare delle ipotesi e/o osservazioni. Penso che spesso, probabilmente soprattutto durante l’adolescenza, ci si possa trovare di fronte a situazioni che non siamo abili ad affrontare e quindi ci troviamo costretti scegliere tra le due strade dei famosi bivi della vita. Alle volte è a noi imputabile la scelta come nel caso in cui si decida di annientare se stessi in uno degli svariati modi che il mondo, il progresso e la ricchezza, più di un tempo, ci mettono a disposizione; altre è il nostro inconscio, forse il nostro ES, che ci spinge verso destra o sinistra. Questi casi possono essere quelli in cui un esserino comincia ad amplificare in negativo il suo stato di salute, il suo rapporto con il mondo esterno, la stima per se stesso o la fiducia in se stesso, insomma sono miriadi le strade che la nostra anima può intraprendere e spesse volte sono proporzionali al tempo che un uomo impiega a comprendere.

Come dicevo poc’anzi per esprimere delle idee in merito ho riflettuto e vissuto, credo quindi di avere ottenuto una memoria e un’esperienza che mi consentano di azzardare dei pensieri; non certo delle diagnosi o delle leggi o degli assiomi, bensì semplici opinioni. Penso che il caso assolutamente più emblematico ai cui mi sia capitato di assistere è avvenuto circa un anno fa. Ero in viaggio con due amici, Saverio e Tommaso, due persone estremamente interessanti, e come è ovvio che sia, estremamente  pervase di pensieri propri (questa espressione vuole intendere un po’ tutto ciò che ho espresso precedentemente). E proprio questi ultimi e la loro intelligenza rendevano quel viaggio più che una vacanza uno stage di pisco-sociologia. Certo io non mi tiro fuori dalla descrizione dei due compari, ma credo che non serva dirlo altrimenti non avrei intrapreso un viaggio come quello – NEDERLAND – con due persone come quelle. Viaggiavamo a bordo di un vecchio furgone Bedford che ci ha accompagnato lungo tutta l’Austria, la Germania e tutta l’Olanda del nord. Davanti alle vetrine rosse di  Amsterdam, alle porte dei coffeeshop, a fianco delle pattuglie di polizia, nelle autostrade e nelle campagne, sotto un sole astruso e una pioggia sconsolante. Il clima si sa è a dir poco variabile in Olanda…

Bedford

Insomma questo povero furgone è stato per noi un po’ come il guscio per la lumaca o il paguro. Ha ospitato i nostri tre corpi di giovani positivamente alterati da dolci nettari a noi sconosciuti a causa di leggi proibizioniste e cieche che si ostinano a considerare un problema veramente minuscolo causa della disgrazia del nostro tempo, ma dietro bella facciate di ministri VILLAti o BMWati o di psichiatri ben benpensanti, esiste una realtà profondamente diversa, una realtà di alcool legale che fa strage più dell’eroina, una realtà di tabacco che uccide assolutissimamente più dell’hashish o della marijuana, una realtà di auto che uccide molto più di una bustina di mexicani o di hawaiani, una realtà di ricchezze assolute a discapito di povertà inimmaginabili che strazia molte più vite di una serata con peyote. Insomma penso che molte delle realtà che il nostro tempo vuol stimare difendibili fino all’affondamento siano invece meritevoli d’essere affondate molto prima di altre che invece è da tempo che sono costrette a dichiarare il loro SOS. Il nostro Bedford insomma ha funto da telecamera mai in pausa durante la ripresa dei nostri stati d’animo e delle nostre esperienze, tant’è vero che quello che sto andando a raccontare è cominciato proprio al suo interno dove noi tre eravamo intenti, ascoltando Help dei Beatles – che fosse una sorta di premonizione? -, a suddividerci le nostre porzioni di funghetti, preludio a una serata che nessuno di noi potrà mai dimenticare…

Nel pomeriggio eravamo entrati in un negozietto all’imboccatura del centro dedito alla vendite delle famose smart drugs che sarebbero tutte quelle droghe a base naturale: erbe, funghi, estratti… dall’aspetto molto lunizzante, molto esoterico e dopo un’attenta analisi della merce ci eravamo orientati all’acquisto del peyote, ma la cosa un po’ ci preoccupava data la rinomata potenza del suo effetto, quindi Saverio si era avvicinata alla commessa poliglotta e le aveva chiesto:

- Hallo, I want to buy a peyote, but I want – poi diretto a me – Come cazzo si dice sapere? -

Prima che io potessi rispondere la commessa aveva esposto la sua cultura linguistica

- Dime io parla un poco italiano -

- Ah, per fortuna sai insomma il mio inglese fa un po’ come dire cag… schifo… beh, noi volevamo comprare il peyote, ma volevamo sapere le dosi giuste per non andare male, capito? -

- Sì, io pero ve cosilio un esperienza… same…uguale, più legera pero! Comprate una porsione di hawaiani per te te te – aveva detto indicando ognuno di noi – e una de mexicanos para tutti. It’s very, very good! -

Al che ci eravamo osservati per un po’ scambiando giusto due parole e avevamo deciso di seguire il consiglio.

- D’accordo, ci consigli di non stare in centro? – proveniva da me questa domanda, assolutamente retorica, dato che noi si era già ampiamente deciso, un po’ anche per cultura, di vivere il tutto fuori dall’ambiente cittadino, commerciale; anche perché avevamo potuto osservare personaggi sotto l’influsso di allucinogeni aggirarsi per le vie della città in preda ad evidenti visioni che rendevano indubbiamente ai loro occhi tutto ciò che li circondava come qualcosa da cui scappare, mentre noi tre eravamo più propensi a vivere un’esperienza mistica atta alla fusione benevola con gli elementi della natura e non con edifici o auto che sfrecciano e spaventano.

- Buon viaggio - ci augurò chiaramente metaforica la commessa poliglotta

- Grazie – fu il coro unanime

Una volta fuori dall0 smart shop Saverio si girò verso di me e mi disse

- Vedrai che come al solito abbiamo preso un’inculata, non sarà mai come il peyote – e Tommaso si era subito schierato su questo fronte. Io al contrario cercavo di avviare la mia mente verso la più propositiva delle serate. Sono sempre stato profondamente convinto che la riuscita di un’esperienza di tale stampo fosse strettamente legata allo stato d’animo: il preparare la propria mente ad un’esperienza stereotipata, a mio avviso, avrebbe semplicemente portato alla concettualizzazione della stessa. Era assolutamente indispensabile vivere questa avventura senza alcuna aspettativa e soprattutto senza alcuna previsione e attesa.

Procedemmo lungo le vie di Amsterdam con i nostri funghi in tasca osservando la quantità di belle ragazze che la città proponeva e non solo nelle vetrine del red light district, ma non ci limitammo a questo bensì ampliammo il nostro interesse a tutto ciò che ci circondava. Eravamo dei cosmonauti della vita, delle esperienze, delle scoperte di ciò che gli altri comunemente non avrebbero mai potuto scoprire. Eravamo insomma tre giovani amanti della sperimentazione sulle nostre menti e sui nostri corpi: agognavamo mondi diversi, genti unite, colori vividi, elementi con noi fusi. Amavamo tutto ciò che non esisteva, e forse ci fossilizzavamo troppo sull’odio per una realtà che in fondo non avremmo mai potuto veramente cancellare, o anche solo modificare. Il mondo gira e noi con lui: questo è quanto ed è così da che mondo e mondo!

- Dai ragazzi andiamo verso il campeggio – proposi spinto dal desiderio di vivere quell’esperienza e dall’avvicinarsi della notte.

- Va buò – fu la risposta unanime che palesava i desiderio comune.

Imboccata quindi la via del ritorno, dopo vaneggianti giri nei meandri della metropoli al fine di trovare lo svincolo giusto, Saverio stranamente decise di preparare un ceyloom di Manhali.

- Spacca ‘sto cilotto – fu quindi l’incoraggiamento del realizzatore del gustoso impasto.

- No, stocca a Savé, io non me la sento anche perché il vaneggio di queste strade si sta facendo insostenibile. Tra non molto potrei perdere la cognizione di causa e di tempo e soprattutto quella orientativa. -

- Beh, se la mettete così non posso far a meno di accettare – s’intrufolò Saverio

Vi fu l’ovvio consenso e la bocca del prescelto emanò presto un nube di fumo dall’odore intenso e dalla corposità quasi palpabile.

Poco dopo si ripeté la stessa esperienza per me e Tom. Nel giro di un quarto d’ora la situazione si fece difficile poiché la strada continuava a non farsi trovare e l’atmosfera tra i passeggeri sfiorò più volte la rissa oratoria, solo la consapevolezza che il nostro animo doveva essere rilassato, per garantire la riuscita dell’esperienza mistico-sensoriale che vagamente però riuscivamo a immaginare, colmò il nostro spirito di quella saggezza dovuta all’esperienza antica di rinomati consumatori di cannabinoidi.

Finalmente una sorta di fortuna permise al vecchio Bedford, scosso dal suo continuo tossire di motore ormai molto anziano, di raggiungere la meta prefissata: Il Camping AMSTERDAMSE-BOS. Qui svolgemmo le tradizionali usanze di comunicazione con il popolo ospite.

- Hallo mister -

- Hallo RRagazzi – ci salutò il guardiano dai rossi mustacchi e dalla tradizionale fierezza della persona che lavora con le mani.

Quindi voltammo verso la piazzola assegnataci un pio di giorni prima e parcheggiammo il furgone. Ci dedicammo per alcuni minuti alla preparazione dei nostri corpi: una pastasciutta al tonno.

- Metti un po’ di musica Toms- richiesi

- Direi che i Naked City ci prepareranno al meglio, no? -

- Potremmo anche fumare qualcosina… giusto per cambiare… -

- Potremmo anche fare entrambe le cose, oltre che prepararci ‘sta minchia di pasta. Ho una fame che mi mangerei un bradipo! -

- Bon metto su ‘sti Naked – e così partì il mitico Absinthe, forse uno dei loro migliori lavori. -

- Io ragazzi vi tolgo  il compito più arduo e cioè quello di sistemare la zona giorno (furgone) – proposi preso dalla famigliare predisposizione all’ordine ereditata da mio padre.

Dopo aver consumato l’ultima cena normale di Savé, passammo alla seconda fase: cena a base di funghi, una pasto molto più stomachevole del previsto, la sua velenosa acidità sapeva di chiaro avvelenamento dei sensi, altro che buon viaggio…

Quando l’effetto dei funghi si fece sentire in Saverio non fu come per me e Tommaso. Evidentemente in lui già preesisteva un’incertezza il cui col solo preesistere doveva valere un rinvio dell’esperienza, comunque i funghi li aveva ormai ingeriti e si sentiva pervaso da un’ansia totale, che aveva come fulcro il suo stomaco e da lì si espandeva in tutto il corpo; tanto che anche le sue gambe avevano iniziato a tremare, quasi avesse dei martelli pneumatici al posto degli arti inferiori.

Ci avviammo precipitosamente verso il bosco miracolosamente consapevoli che il campeggio dove risiedevamo non era idoneo a poter contenere l’imminente esplosione dei sensi. Sulla via che conduceva al bosco trovammo una comoda panchina che offriva una notturna visione di elementi di vegetazione che Savè non si rese mai conto fossero esistiti. Io e Tom al contrario vivemmo momenti di splendidi colori che riempivano spazi descritti da flash, comunque eravamo tutti e tre pervasi da un potente torpore. Tale era la potenza di quel mix di funghi allucinogeni che nemmeno riuscivamo a esprimerci e il cervello di ognuno di noi si affidò ad una sorta di autocontrollo, mentre la mente era condotta per mano a ridosso degli altari della pazzia.

Savè ormai faceva fatica a rendersi conto di chi fossimo in realtà noi, ci vedeva con il ricordo e non con gli occhi e con lo sguardo udiva, come se le percezioni visive ed uditive si fossero invertite in sede di produzione e ciò lo turbava a tal punto che non riusciva nemmeno a capire chi era lui stesso. A questo punto fu chiaro che il dubbio e la paura avevano cominciato a trasformarsi in PARANOIA.

Pensò allora alla vita di tutte le persone, si sentiva tutte le persone del  mondo meno che se stesso, da un americano che taglia l’erba del suo giardino a un camionista che sta percorrendo la strada che costeggia il campeggio dei suoi sogni…

Tommaso al contrario, si era sempre considerato il più abile nella gestione degli stupefacenti, ma questa volta si dovette ricredere. Nel giro di ben poco tempo fummo nuovamente ingurgitati, scappando dalla bellezza naturale in cui eravamo immersi e che tanto avevamo agognato, dal nostro sacco a pelo che ci avvolse come un utero materno avvolge il feto spaventato da ciò che lo attende. Tommaso non aveva potuto fare a meno di convincersi che l’unica situazione possibile in quello stato confusionale fosse il tornare il più presto possibile in un ambiente amico, dove fossimo in grado di allacciare dei contatti, anche se brevi, con la realtà. Questa decisione fu saggia, ma al contempo testimone del fatto che Tomz non era riuscito a capire che solo la mera e semplice sottomissione a ciò che sentivamo, e cioè l’assoluta irrazionalità, potevano consentire un trip gradevole e irripetibile, di contatto con i 5 sensi e con un mondo, forse un pre-mondo al mondo dell’aldilà che può essere definito strabiliante I suoi occhi sgranati illuminavano la tenda buia e Saverio ormai sconvolto sostava in prossimità dell’ingresso della tenda seguito nella sua immobilità psico-fisica da me e dal fascio di luce che proveniva dalla mia torcia. Noi due avevamo completamente perso la capacità di attribuire a una causa, un effetto. Però, nonostante vivessimo la stessa condizione io e Sav vertevamo in due direzioni completamente diverse. Io ero riuscito a cogliere l’aspetto di sfogo ironico e di giusta moderata partecipazione all’evento del mio IO.

Pure Savè riuscì con difficoltà a raggiungere il suo utero, ma non bastò a placare il suo terrore di malformazioni, tant’è che le voci che stavano0 mandando in tilt il suo cervello si facevano sempre più insistenti Nel mentre io sentivo un irresistibile voglia di ridere, di muovermi e di luce.

- Basta con quella cazzo di luce- mi intimò almeno 2000 volte Tom

- Sì ora la spengo – sostenevo ogni volta continuando ad osservare ciò che accadeva all’interno di quel fascio di luce che scorreva verticale sulla parete opposta all’ingresso: vi erano cavalieri medioevali incarnanti il bene che si scontravano con avversari bui che sostenevano il male, vi erano presenze e vite di enorme realtà, ma per fortuna e per stato d’animo vi era una costante vittoria degli elementi positivi, benevoli, che mi consentirono di tenere lontane le paranoie che altrimenti avrebbero tramutato il mio viaggio in un ecatombe di neuroni.

Savé ormai era penetrato nella figa più brutta del mondo, quella della PARANOIA certa. Egli produceva discorsi di difesa da un’accusa invisibile, quasi un processo Kafkiano al contrario, viveva moti causati da un complesso di cose prodotte esclusivamente dal suo cervello.  Fino ad allora le emozioni che stavamo provando noi tre erano parimenti sconosciute, ma al contempo, quasi per paradosso, era come se le nostre menti si fossero fuse ad incarnare un’unica entità, e per quanto ora sia possibile dubitarne eravamo veramente legati da una sorta di telepatia. Accadde poi lo scongiurabile. Il povero Saverio spinto da un’allucinazione che coinvolgeva tutti i sensi fuggì nella notte, convinto che la persecuzione fosse estesa anche ad un livello anche fisico e non soltanto di cospirazione; ma fuggendo senza scarpe e con la cintura slacciata continuava ad incespicare tra la vegetazione che fungeva da confine tra il camping e la strada statale. Inattesa, la strada si aprì alla sua folle corsa e per un istante non regalò la sua vita alle ruote di un TIR. Decise quindi che la sua unica salvezza sarebbe stata quella di allontanarsi il più possibile da a quel luogo. La strada si fece ad un trattò un tapirulan in cui le paranoie scorrevano veloci ma assai convincenti. La paura e l’annichilimento totale lo portarono a cercare rifugio dentro un fossato erboso il cui fondo era un fiumiciattolo. La pendenza lo portò lentamente a immergervisi con un piede. Saverio si sentiva schiacciato dall’evolvere dei suoi pensieri, per lui realtà per antonomasia , e qui si lasciò alle più folli ipotesi su cosa fosse reale o immaginifico nella sua vita, su cosa cosa potesse aver fatto per meritarsi un tale destino, destino di una persona condannata a subire dall’umanità che la sta spiando attraverso qualunchue tipo di occhio. Vedeva ovunque piccole telecamere capaci di individuarlo ovunque fosse. Oramai credeva ciecamente di essere nato per poi essere sottoposto ad un brutale e folle gioco voluto dal mondo. Le auto che passavano, la gente che avrebbe potuto incontrare, i suoi due amici erano di colpo, come per una rivelazione divina, diventati la causa di qualunque suo problema, perciò suoi nemici. Continò a pensarci per diverse ore, finchè il freddo e l’umido e l’alba che oramai  illuminava la realtà lo spinsero lentamente a recuperare le proprie facoltà, tanto che si convinse di tentare un rientro al campeggio. Una volta qui ci trovò intenti a smaltire le paure e le paranoie che quella fuga aveva scaturito nelle nostre coscienze: cosa potevamo fare? cosa dovevamo o non avevamo fatto? cosa sarebbe successo in quel momento, l’indomani e un mese dopo…? ma fortunatatemnte quel ritorno portò con sé una ventata di calma che consentì il facile ritrovamento della giusta via. Era stata un’eperienza profonda, che aveva colpito tre persone in modi profondamente diversi e dalla quale ognuno di noi trasse delle ottime conclusioni su come probabilmente quella notte ci avesse insegnato qualcosa…

Paranoia

  1. vitta
    4 Novembre 2009 alle 10:47 PM | #1

    Diomio é fantastico come racconti!
    Cosa ne penso? Penso che é così facile cadere nel bad trip, nella paranoia, semplicemente perché si tratta di decostruire le certezze che abbiamo quotidianamente, cioé anche le percezioni sensoriali si distorcono, tu immagina i pensieri! Dovremmo preparaci durante “una vita” per riuscire ad accogliere questo tipo di esperienze. E a volte non basta. Sembra che non basti mai. Non dico che la paranoia, o la consapevolezza dell’incertezza, non possa essere positivo come sentimento, é profondamente umano…peró peró…peró… piú ci penso e piú mi rendo conto che l’assunzione di questo tipo di droghe allucinogene dovrebbbe essere fatto in contesto rituale con una guida possibilmente. Se no é pericoloso, le porte (della percezione o della paranoia) potrebbero rimanere aperte oppure richiudersi lasciandoti nel mondo irreale o surreale. Non é costruttivo, non serve a nulla, così. Se fatto nel giusto modo, diciamo con dei giusti criteri e “limiti” delle linee guida insomma… può essere un esperienza che ti cambia la vita in positivo e che può veramente aiutare. Con una buona predisposizione di base…

    V.

    • 5 Novembre 2009 alle 12:36 PM | #2

      Grazie Vitta, quel “Diomio come…” mi ha reso felicissimo!!! Sono veramente contento di essere riuscito a raccontare in modo chiaro un’esperienza che chiara non lo è per niente… per antonomasia, direi…
      Sono proprio d’accordo con te. L’esperienza del viaggio, dell’allucinazione può essere davvero uno strumento di comprensione del sè, di osservazione della nostra interiorità, ma questo è possibile solo ed esclusivamente in contesti radicalmente differenti da quelli in cui noi (occidentali, per lo più) assumiamo queste sostanze lisergiche e cioè con il solo e banalmente semplice scopo dello sballo, della perdita di controllo, della presunta acquisizione di coraggio e sicurezza verso ciò che ci circonda oppure per cercare rimedio alle sofferenze che ci sopraffanno nello strenuo tentativo di auto-medicamento…
      Infatti, proprio come dici tu, in Mexico, per esempio chi decide di provare il peyote può farsi accompagnare da una guida che lo assista sia sul piano pratico sia però nell’affrontare il viaggio. Certo si tratta di un “compromesso turistico” e non di una vera esperienza interiore…, ma se non altro è una forma di prevenzione dei rischi che altrimenti potrebbero conseguirne…
      Grazie per il commento, veramente puntuale!

  2. 5 Novembre 2009 alle 10:04 AM | #3

    sei un grande e si sapeva, ora lo sanno anche gli altri eh? ;)
    un bacio
    have a nice day (and a nice cup of tea with the dead…)

  3. 5 Novembre 2009 alle 3:23 PM | #5

    Depressione, paranoia, attacchi di panico, sbalzi di umore, ecc.

    Non pensavo che, crescendo, anche fisicamente (perchè il nostro fisico è una macchina che non segue sempre la ragione), ci sarebbero stati tutti questi problemi.

    Una mattina ti svegli e, ti senti moralmente e fisicamente bene, sei serena e pensi che, lo sarai per tutta la giornata, nel pomeriggio un leggero stato di malessere, forse, depressione?

    Vorresti piangere e non ci riesci, vorresti parlare, ma non riesci a dire nulla o avere nessuno con cui poter parlare.

    In quel quel momento sei sola e, il mondo intorno a te continua a muoversi, e tu, ti senti un vuoto dentro di te, fino a vedere un mondo insignificante.

    In realtà, quei momenti sono delle piccole insoddisfazioni di vita che ciascuno di noi può avere, inrealizzazioni, delusioni, della mancanze di amore, e forse, perchè no, anche gli ormoni ci mettono la loro.

    E capisci che, se non ci fosse stato il tempo per “pensare”,forse, non ci sarebbero neanche tutti quei dolori interiori e fisici che spesso ci avvalgono, perchè troviamo il tempo per “sentirci”.

    Il “tempo” è quello che ci passa davanti mentre tutto ci sembra fermo intorno a noi, e mentre perdiamo la cognizione e il senso per noi stessi, piano piano ci lasciamo abbandonare dal tempo e dalle paure che ci affaticano ancora prima di vivere.

    Buona giornata!

    • 6 Novembre 2009 alle 5:09 PM | #6

      Da piccoli ignoriamo quello che significhi veramente crescere, essere grandi e lo si desidera con tutta l’anima, si farebbe qualunque cosa per svegliarsi 18enni (vd. T Hanks o Pozzetto nei loro film sull’argomento…), poi quando ci si ritrova alla tanto agognata meta ci si accorge che le responsabilità, gli obblighi, le paure, le insicurezze, la sofferenza… sono un notevole carico che ci si deve portare dietro e che ci seguirà per tutta la nostra esistenza. Certo, altrimenti le cose sarebbero davvero drammatiche, più il tempo passa e più impariamo (o almeno la maggior parte delle persone impara) a convivere, equilibrare e superare queste difficoltà. La maggior parte di noi impara che quanto un giorno va giù, tanto l’indomani andrà su (eccezion fatta per i compagni bipolari chiaramente…). Perciò molte volte un bel pianto, una litigata, una passeggiata da soli senza meta sono un facile e altrettanto funzionale strumento di metabolizzazione del momento nero, della rabbia e/o della tristezza.
      La vita, lo si scopre poi, è una continua riserva, un’operosa fucina di stati d’animo che assieme giocano, litigano, si scontrano dando vita ad una nuova forma d’energia e a noi spetta cercare di trovare le bricioline che ci vengono lasciate per trovare la via per un’esistenza il più possibile serena.
      Strumento della Vita per la genesi di tutte queste emozioni è il cervello che nella sua attività aperta 24/24 h non ci dà tregua producendo spesso idea splendide e creative, spesso stupidaggini, spesso elaborazioni e gestione del nostro tempo. Il pensare è una straordinaria, unica capacità di cui siamo dotati, ma tante volte prende il sopravvento e ci conduce lungo sentieri che di vero hanno poco ma semplicemente sono frutto dell’unione di paure e insicurezze a cui noi non riusciamo a fare a meno di dar seguito. Come per esempio nel caso della gelosia, in cui ragione ed emotività vanno in direzioni completamente diverse senza che noi riusciamo a decidere quale seguire…
      Ma in fondo questo è il bello: avere una parte di noi tesa alla sensibilità e all’emotività e l’altra che ci aiuti a tenere i piedi per terra e fare le giuste valutazioni nelle scelte della nostra vita.

  4. 6 Novembre 2009 alle 6:24 PM | #7

    …però..hai dimenticato di dire che,anche il fattore sessuale è importante per scaricarsi.

    Non c’è nulla di male..no?

    • 6 Novembre 2009 alle 6:33 PM | #8

      No, assolutamente non c’è nulla di male e assolutamente è un efficacissimo e stupendo strumento di rilassamento spirituale e fisico…. Si tratta, a mio avviso almeno, di una, se non della più bella forma di condivisione, comunione e “dialogo” che abbiamo la possibilità di usare. Sesso o Amore o entrambe le cose insieme ci danno la possibilità di acuire la nostra attenzione e il nostro rispetto nei confronti dell’altra/o.

      KISS!

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